Testata territorio

La Storia

Mercoledì 08 Febbraio 2012 17:50
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Indice
La Storia
Dal Medioevo, castello e ville
La chiesa di San Salvatore
La chiesa parrocchiale
Luciano Manara
I fratelli Guerino e Carletto Besana
Gli ultimi anni
Tutte le pagine
Le origini

Le origini di Barzanò si perdono nei tempi più lontani. Si ha ragione di credere che esistesse fin dalla preistoria, se si considera che nel 1905 nel territorio di Barzanò, nei pressi della stazione tranviaria allora esistente, venne ritrovata una tomba a cremazione, attribuita alla prima età del ferro, compresa fra il mille circa a.c. e l'invasione gallica del 400 a.c., prima che i Romani dessero un nome al luogo. Comunque, della civiltà gallica in Brianza poche sono le testimonianze rimaste e nessuna che si riferisca a Barzanò. Del successivo periodo romano, invece, non mancano tracce notevoli, fra le quali le tombe ad inumazione rinvenute nel 1959 fra Barzanò e la frazione di San Feriolo, lungo la strada provinciale (davanti al consorzio agrario), prive di qualsiasi segno cristiano, ma con un cospicuo corredo funebre con oggetti in terracotta verniciata, vetro, ferro, bronzo cesellato e piccoli oggetti di metallo, fra i quali sei monetine. Da ricordare, anche, fra le vestigia romane, due are votive sacrificali dedicate a Giove Summano con iscrizioni di cui non si è potuta stabilire la data, ma che si presume appartengano al III o IV sec. Da queste are si rileva il nome di Novelliano Pandaro, al quale si riferisce una delle iscrizioni, appartenente a facoltosa famiglia romana. Sia che Novelliano Pandaro verso la fine del IV secolo dimorasse in Barzanò, sia che vi si rifugiasse da Milano in una sua villa costruita nella località, a lui, alla sua famiglia e discendenti Barzanò deve la conservazione nei tempi, dell'impronta della sua romanità avendo mantenuto il titolo specifico di "Villa Barzanorum" anche durante le successive invasioni barbariche.

Nella sua opera fondamentale "Barzanò antica", dalla quale è tratto in gran parte questo profilo storico, Rinaldo Beretta ricorda che, secondo quanto scrisse il Mantovani, "negli andati tempi il villaggio di Barzanò era più popolato ed esteso e costituiva pertanto un importante "pagus" della regione decima ai tempi della romana repubblica", Il culto pagano a Barzanò durò per lo meno fin quasi alla fine del IV secolo, conservato si ritiene, appunto da Novelliano Pandaro, signore latifondista del luogo. Comunque, si sa per certo che Barzanò fu una delle otto città dell'lnsubria. Con il secolo V incomincia il grande periodo delle invasioni barbariche nell'impero romano, iniziate in Italia nel 401 con Alarico e i Visigoti e terminata con i Longobardi, calati nella penisola nel 568 e che, delle invasioni barbariche, fu quella che durò a lungo scomparendo soltanto nel 774, con la conquista del regno longobardo per opera di Carlo Magno. Secoli di stragi, devastazioni, violenze e lotte caratterizzarono il lungo periodo, ponendo in fuga gran parte delle popolazioni. Con l'avvento dei Longobardi, molte famiglie di questi si erano stabilite in Brianza, dove ebbero corti e ville con poderi e vigneti e soprattutto boschi. Non si ha, però, notizia che in Barzanò avesse preso sede una famiglia longobarda perchè il tempo, l'incuria degli uomini e l'indifferenza generale non hanno conservato nè documenti, nè testimonianze, nè memorie di quei tempi fortunosi e lontani della nostra storia. Si può dire, perciò, che dal V secolo sino al primo quarto dell'Xl su Barzanò si sia disteso un velo di oscurità, benchè il villaggio abbia sicuramente continuato a vivere secondo la tarda tradizione romana. Il Beretta scrive, a questo proposito, che "probabilmente il latifondo di Novelliano Pandaro si sarà trasformato in corte dei Longobardi e successivamente, in feudo". Il documento più antico, anzi l'unico che si conosca di quei lontanissimi tempi e nel quale il nome di Barzanò viene fatto per la prima volta, è un diploma del 4 ottobre 1015 con il quale l'imperatore e re d'Italia Enrico II donava, da Maresburg, ad Alberico Vescovo di Como e ai suoi successori, con facoltà di tenere, conservare o alienare, la corte di Barzanò con tutte le sue dipendenze, confiscata ai ribelli Ugo e Berengario, figli del conte Sigifredo cui la corte era venuta ad appartenere.


Dal Medio Evo, castello e ville

Del castello di Barzanò, di quando sia stato costruito e di quali avvenimenti sia stato teatro, non si hanno che congetture poichè mancano dati e testimonianze sicure. Si ha solo notizia che nel 1222 l'esercito popolare milanese agli ordini del podestà Ardigotto Marcellino, fra gli altri castelli, avrebbe distrutto anche quello di Barzanò, del quale è giunto a noi solo il vecchio, imponente avanzo di torrione, rimasto nella villa già dei nobili Nava, passata successivamente in proprietà dei Della Porta.

Nel 1860 si rinvennero i resti delle antiche mura dallo spessore di due braccia e mezzo che avevano una doppia porta, l'esterna era a ponte levatoio. Si dice che il castello fosse fiancheggiato da 15 robuste torri e da formidabili spalti, e sicuramente occupava tutto lo spazio della collina, inglobando anche l'antica chiesa di S. Salvatore. Comunque, si può ritenere che Barzanò medievale consistesse nel castello signorile con poche casupole attorno ad altre sparse nel territorio della corte. Nessun documento è giunto a noi per dirci quando e da chi fosse stato costruito il castello. Si crede eretto da un certo Rothfurt scudiero di Astolfo penultimo re dei Longobardi, da questi creato conte perchè nella battaglia della Chiusa delle Alpi contro Re Pipino, ferito, fu da lui sottratto alla mischia ed a morte certa.

L'unica notizia sicura, è che alla fine del X secolo il conte Sigifredo, ricchissimo e potentissimo signore, di discendenza franco-borgognona, sceso in Italia dopo la caduta del regno longobardo, oltre a molti beni nel varesotto e fuori del milanese, possedeva anche la corte di Barzanò, ma in quale anno egli fosse venuto in possesso della corte e perchè è del tutto ignoto. Si ritiene probabile che la sua morte sia avvenuta alla fine del X secolo, lasciando la successione ai figli Ugo, conte, e Berengario prete fautori di Re Arduino. Questi furono spodestati e cacciati in esilio dall'imperatore tedesco Enrico II nominatosi Re d'Italia nel 965. Alberico Vescovo di Como, elettore di Enrico II, pensò bene di appropriarsi del feudo dei profughi, perciò recatosi a Maresburgo, ottenne dall'imperatore l'investitura con diritto di vendere, alienare ecc. la corte di Barzanò, con diploma del 4 novembre 1015: cosa che Alberico non tardò a fare, dato che negli archivi non c'è traccia di alcuno suo atto di autorità. Possiamo dire che con questa carta Barzanò entra nella storia della Brianza ufficialmente, con tutto il suo vasto e fertile territorio, composto di terre colte e incolte, vigne, campi, pascoli, selve, mansi, masserizi, acque, mulini, case, servi e aldi, tutti elencati nel diploma. Ciò che si sa è che tutto l'insieme patrimoniale di Barzanò costituiva, allora, un unico complesso, la "longobarda corte" la cui economia era costituita dai possedimenti terrieri e dal lavoro servile vincolato. In quell'epoca feudale "la corte", scrive il Beretta, "volgeva la sua vita in un regime chiuso.

Ogni corte era come un piccolo mondo che bastava a se stesso, producendo quel tanto che era necessario al consumo interno. In tal regime economico, non poteva esserci posto per una vera industria ed un commercio; i pochi scambi occorrenti si svolgevano per lo più col baratto dei prodotti in natura e manufatti casalinghi e raramente in moneta. Di grande importanza, perciò, erano allora le grandi proprietà terriere laiche, ecclesiastiche e monastiche". Con l'avvento dei liberi Comuni Lombardi, che daranno vita ad una economia più aperta ed espansiva, scrive ancora il Beretta "verranno di riflesso spezzandosi a poco a poco anche nelle campagne le barriere curtensi (da corte o cortile, spazio cintato intorno alla casa padronale); ad una economia naturale a mercato chiuso, subentrerà ben più largamente di prima, quella monetaria". Anche per Barzanò, il vasto podere con la casa padronale e le annesse proprietà, avrebbe assunto il significato di "villaggio".

Dopo la distruzione del castello avvenuta nel 1222, l'area occupata dallo stesso venne forse acquistata da un nobile milanese della famiglia dei Pirovano, già proprietaria di fondi in Barzanò. Delle antiche famiglie della Barzanò medievale sono da ricordare, principalmente, quelle dei Nava e degli Origo di Torricella. I Nava provenivano dal villaggio di Nava, situato sul colle di Brianza, e diedero luogo a due casate: quella di Barzanò e l'altra di Monticello. Quella di Barzanò durò più a lungo, tanto da essere presente ancora nello scorcio del secolo XV, per estinguersi poi nei conti Lurani alla prima metà del XIX secolo. Sin dalla prima metà del 1500 era presente in Barzanò la famiglia Origo di Torricella, proveniente da Paderno Robbiate, che verso la metà del secolo XVIII sarebbe risultata la maggiore proprietaria terriera del comune di Barzanò. Compresa nel contado della Martesana, agli inizi del 1400, Barzanò divenne sede deI Capitanato. Concessa in feudo ai Pozzo, nel 1650 riscattò la prima libertà dalla infeudazione, ma nel 1732 ne vennero ancora investiti i Nava.


La chiesa di San Salvatore

Le origini della piccola chiesa si perdono nella notte dei tempi. Allorchè l'imperatore Gioviano fece chiudere i templi pagani e Teodosio rese obbligatorio il culto cristiano nella città di Milano, parecchi Patrizi gentili, tenaci della religione dei loro padri e dell'antico impero, si rifugiarono nei villaggi lombardi della Insubria per sacrificare agli antichi Dei impunemente: edificando perciò sacelli, delubri e rifugi. Fra questi fuoriusciti un certo Novelliano Pandaro venne a stabilirsi verso il 381 nel Pago di Barzanova, dove, per adempiere ad un voto eresse un delubro dedicato a Giove Summano. Questo delubro consisteva in origine in un corpo fabbrica quadrato di solidissime mura con finestrelle rettangolari a guisa di feritoie. In virtù della robusta costruzione l'edificio potè resistere all'urto del tempo e delle vicende. Verso il 700 fu restaurato e ridotto a chiesa cristiana. Dalla forma delle colonne e dei capitelli e dalla struttura, in cui è inserita la porta, si può pensare che l'edificio, come appare oggi, possa risalire ad epoca longobarda, quando fu costruito il castello, poi distrutto nel 1222. Questa deduzione potrebbe spiegare anche il fatto che prima la chiesa, che sorgeva in cima al piccolo colle, ora si trovi su un fianco dell'altura che potrebbe essersi formata dall'accumulo delle macerie del castello distrutto. Nel corso dei secoli, l'edificio religioso ha subito alcuni ampliamenti e restauri: rifacimenti dei soffitti e ricostruzione del campanile (1611) per ordine del Card. Federico Borromeo, sulle rovine del vecchio caduto nel 1550. All'interno sono rimasti i resti del battistero ottagonale con la vasca ad immersione costruita in marmi rossi. Una cupola ora andata perduta, sostenuta da otto colonnette in marmo bianco copriva il battistero al quale si accedeva scendendo alcuni gradini.

Nel secolo scorso la chiesa fu sottoposta a radicale restauro, che portò alla scoperta dell'ampliamento ottenuto con l'aggiunta della parte anteriore. Sulla facciata della piccola chiesa, sopra il portoncino d'ingresso, era ancora parzialmente visibile un affresco della Madonna con due angeli adoranti; il dipinto era decorato da una ghirlanda di melograni e viti, esempio della simbologia cristiana. Nella chiave del portale su una lapide bianca si legge un misterioso nome: "Qui fecit hoc opus appellatur Serin Petrus".


La chiesa parrocchiale

Il primo sicuro accenno di una chiesa dedicata a San Vito in Barzanò resta tuttora quello del "Liber Notitiae" della fine del secolo XIII. Per i secoli precedenti nulla è rimasto a testimoniare l'esistenza di questa chiesa, ma si ha ragione di credere che in Barzanò non sia mancata prima del secolo X una piccola chiesa non battesimale e senza sacerdote, costruita dagli abitanti del luogo e dedicata ai santi martiri Vito e Modesto. Finché la Canonica col suo fonte battesimale si mantenne in efficienza, la vita religiosa di Barzanò si svolse presso la chiesa di S. Salvatore, e sul suo sagrato si seppellivano i morti. Col successivo disgregarsi della Canonica la cura delle anime venne a poco a poco esercitandosi presso la chiesa di S. Vito, chiesa vicana comunitaria, che nel 1398 si trova già dotata di un discreto beneficio con un proprio sacerdote cappellano, popolarmente eletto. E' col padre gesuita Leronetto Clavone, mandato dal Cardinale Carlo Borromeo nel 1567, che si ha la prima descrizione della chiesa: era situata fuori dall'abitato, aveva una sola navata, misurava 15 braccia in lunghezza ed altrettante in larghezza; conteneva tre altari sotto le rispettive cappelle a volta ed elevate da terra mediante un gradino; l'altare maggiore, con predella, aveva un tabernacolo in legno dipinto. Le altre due cappelle minori avevano l'altare ma senza paramenti; il restante della chiesa non aveva né volta né soffitto, ma era coperta solo di tegole e con pavimento in disordine. La casa parrocchiale si addossava alla chiesa verso mezzodì e ad essa si accedeva per una porta che comunicava altresì con il campanile.

La chiesa fu ampliata verso la fine del Seicento e ancora tra il 1700 e l'800. Nel 1821, durante i restauri alla cappella della Beata Vergine del Rosario, venne scoperta un'ara romana dedicata a Giove Summano. Questo fece pensare che la chiesa fosse stata in origine un delubro pagano. Nel 1833-34, su disegno dell'architetto Biagio Magistretti, si iniziarono i lavori di allargamento a tre navate, e prolungamento a levante con altare, coro e sacrestia a mezzodì. L'interno con le cappelle venne ulteriormente rimaneggiato, così come la casa parrocchiale. Durante i lavori, sotto la chiesa vennero trovati diversi sepolcreti e dove si aprì la terza navata, venne rinvenuto il fondamento di un vecchio campanile con i resti di due piccole navate di precedenti cappelle. Inoltre furono trovate antiche muraglie sugli avanzi di altre ancora più antiche e muri di straordinaria grossezza appoggiati sopra colonne. Dopo questo ampliamento, dell'antica chiesa non rimase che una piccola parte, senonché il lento ma continuo sviluppo del paese indusse, cento anni dopo, il parroco ad eseguire un altro ampliamento col trasformare la chiesa alla forma di croce latina, prolungandola verso levante a ridosso della collina, su disegno dell'architetto bergamasco Giovanni Barboglio. La facciata della chiesa, semplice e disadorna, è forse rimasta come l'aveva descritta per la prima volta padre Leonetto nel 1567 e continua tuttora a rimanere tale nella sua antica bellezza.


Luciano Manara

La sua tomba è a Barzanò, a lato della provinciale che va verso Lecco. Sopra il bassorilievo che ritrae il giovane patriota (morto a 24 anni) sta una figura di donna velata che raffigura la madre (o forse la Patria) che piange il prode scomparso. Luciano Manara nacque a Milano il 25 marzo 1825, venne battezzato nella parrocchia di S.Babila con il nome di Giuseppe Baldassarre Luciano Manara; la famiglia Manara, famiglia borghese benestante che aveva fatto fortuna durante l’occupazione francese, possedeva diversi terreni in Lombardia: Antegnate (paese nativo dei genitori), Barzanò, Sesto Ulteriano e Romano Bergamasco. Il giovane Luciano apparteneva alla Milano bene dell'epoca, fra le sue amicizie annoverava personalità quali Carlo Cattaneo e Giuseppe Verdi. Partecipò valorosamente alle Cinque Giornate di Milano,   distinguendosi in molte azioni, fra cui la conquista di Porta Tosa, che venne poi rinominata “Porta della Vittoria”. Scacciati gli austriaci da Milano si mise a capo di un esercito di volontari e combattè nella Prima Guerra d'Indipendenza a fianco delle truppe sabaude. Le truppe austriache seppero però riorganizzarsi e nell’agosto del 1848 sconfissero le truppe regolari piemontesi e i volontari lombardi riprendendosi i territori persi mesi addietro, venne firmato un armistizio. Manara ed altri lombardi ripararono in Piemonte per cercare di riorganizzare le truppe e poter così riprendere la lotta, nel marzo del 1849 ripresero le ostilità. Manara, che nel frattempo era divenuto maggiore di un corpo di bersaglieri, combattè valorosamente a La Cava (il paese, in provincia di Pavia, avrebbe assunto poi la denominazione Cava Manara con R.D. 1863). I piemontesi vennero nuovamente sconfitti, S.M. Carlo Alberto abdicò in favore di suo figlio Vittorio Emanuele, Manara con i suoi soldati si diresse a Roma, partecipò alla difesa della Repubblica Romana e fu nominato capo di Stato Maggiore da Garibaldi. Morì nello scontro di Villa Spada il 30 giugno. La sua salma, assieme a quelle dei suoi amici e compagni d’arme Emilio Morosini e di Enrico Dandolo (caduto a Villa Corsini), vennero portate via mare a Genova e da qui a Vezia (Lugano), dove vennero sepolti temporaneamente nella tomba di famiglia dei Morosini. Dopo richiesta alle autorità austriache i genitori di Luciano ottennero il permesso di riportare il figlio in patria, La cassa contenente la salma venne discretamente trasportata verso la fine di settembre dal confine svizzero di Chiasso fino a Sesto Ulteriano, presso Melegnano, dove si trovavano i suoi genitori. Le spoglie di Luciano trovarono definitiva sistemazione nel 1867, negli archivi comunali di Barzanò è possibile reperire una lettera datata 30 aprile 1867 dove il sotto prefetto informava che dalla prefettura di Milano era stata autorizzata la riesumazione e il trasporto della salma del fu Luciano Manara presso la tomba di famiglia di Barzanò. La costruzione in pietra grigia e bianca è edificata in stile romanico classico all'interno di un piccolo parco di cipressi ormai secolari. Nella cappella, oltre al monumento al giovane patriota, trovano posto sui due lati alla base del muro le lapidi dei congiunti, fra i quali i figli e la moglie dell’eroico bersagliere. L'epigrafe sul monumento recita: "Luciano Manara, duce di inclita legione di prodi, dava il sangue per la patria rivendicando contro lo scherno straniero l'onore delle armi italiane. La madre degna d'invidia e di pietà le care ossa depose in questo monumento su cui sta scritto un nome, vanto e gloria d'Italia. Morì pugnando a Roma il 30 giugno 1849 col sorriso degli eroi sulle labbra, esempio ai posteri imperituro.


I fratelli Guerino e Carletto Besana

Carletto Besana, nato a Barzanò il 1 luglio 1920, di professione operaio, dopo l'8 settembre 1943 svolge intensa attività di collegamento e rifornimento fra la Brianza e la Valsassina (Lecco) dove con il fratello Guerino (anch'egli operaio, nato a Barzanò, il 27 settembre 1918) si era unito a bande partigiane. Il 20 luglio 1944, Carletto, incaricato di prelevare armi a Costa Masnaga, viene ferito a un fianco in uno scontro a fuoco. Ricercato, è costretto a rimanere nascosto; appena guarito ritorna in Valsassina. L'11 ottobre 1944, durante un rastrellamento di SS italiane nella valle tra Introbio e Biandino, Guerino viene ferito gravemente alle sette del mattino. Si trascina su per la montagna per avvertire i compagni che lo trovano morente alle cinque di sera nei pressi di una grotta. Carletto accorre alla notizia del ferimento del fratello che gli muore tra le braccia. Non vuole abbandonarlo ai cani dei fascisti che battono la valle e rimane a vegliarlo nella grotta. Viene catturato anch'esso dalle stesse SS di stanza ad Oggiono che hanno ucciso il fratello. Tradotto al comando SS di Casargo e poi a Introbio, viene rinchiuso con tredici compagni in un pozzo (villa Ghiringhelli), sottoposto a lunghi interrogatori e seviziato. Processato il 13 ottobre 1944, da un tribunale misto tedesco e fascista, viene condannato a morte. Mentre aspetta di essere fucilato scrive poche righe alla madre: "Cara mamma, fatevi coraggio quando riceverete la notizia della nostra morte, ho ricevuto i Sacramenti e muoio in pace col Signore. Mamma non pensate al fratello Guerino perché l'ho assistito io alla sua morte. Arrivederci in Paradiso. Figlio Carlo. Ciao." Viene fucilato alle ore 15,30 del 15 ottobre 1944 presso il cimitero di Introbio. Vengono fucilati con lui Benedetto Bocchiola, Carlo Cendali, Francesco Guarnerio, Andrea Ronchi e Benito Rubini. Dopo il 25 aprile 1945, le salme dei due fratelli Besana vengono recuperate e riportate al paese natale di Barzanò. Qui il 10 maggio si svolgono i solenni funerali.


Gli ultimi anni

Superati gli eventi sino al 1945, da quest'anno ad oggi Barzanò compie un grande passo avanti, con un crescente sviluppo diversificato di tutta la sua struttura socio-economica, che comporta, oggi, la presenza di una popolazione di oltre cinquemila abitanti dei quali circa 1800 attivi. Nascono nuove imprese artigiane e industriali, si arricchisce il settore commerciale, l'urbanizazzione realizza sviluppi edilizi che si accompagnano a quelli delle attività produttive. Nasce una zona industriale destinata alla edificazione per le aziende artigiane e industriali e la rete delle comunicazioni si fa più completa, sia nell'ambito territoriale del comune, sia per quanto riguarda i collegamenti con le città e i comuni vicini. Interventi urbanistici di grande importanza rinnovano la struttura e i servizi del paese: i nuovi complessi scolastici, la nuova Piazza del Mercato, il complesso consortile delle Piscine e il Centro Sportivo Paolo VI. Nel multiforme settore artigiano-industriale Barzanò vede presenti oggi, con le loro organizzazioni imprese di molti comparti produttivi: carpenterie metalliche, produzioni tessili, lavorazioni delle materie plastiche, imprese per la costruzione di macchine speciali, manufatti in cemento e rivestimenti plastici, semilavorati in legno, arredamento e produzioni alimentari. A queste numerose e moderne attività produttive, si affiancano quelle commerciali e di servizi.

Diverse aziende che hanno iniziato la loro attività a Barzanò, e fondate da barzanesi, hanno ormai un respiro europeo o mondiale. Ne sono un esempio tra le altre la F.lli Beretta nel campo dell'alimentazione e la Longoni Sport per il commercio di articoli sportivi. Diminuita invece necessariamente, nella sua tradizionale importanza primaria, l'agricoltura oggi è presente nell'area barzanese soprattutto e prevalentemente, con colture di frumento, mais e foraggi. Il gemellaggio con la cittadina della Francia centrale Mézières en Brenne, ha aperto ai barzanesi una finestra europea di proficui scambi culturali. I ragazzi hanno avuto la possibilità di vivere a Mézières esperienze nuove, mentre numerose famiglie di Barzanò hanno ospitato ragazzi francesi con la nascita di conoscenze e amicizie che continuano nel tempo. Nel campo sportivo da questa cittadina sono venuti atleti che hanno avuto riconoscimenti nazionali. Grande merito ha la società sportiva Luciano Manara, che, nata nel lontano 1909 ha dato notevole contributo nella formazione di giovani sportivi in diverse discipline, ne sono un esempio Franco Lievore e Roberto Caremi, che alcuni anni fa hanno dato il loro apporto a compagini nel massimo campionato di calcio nazionale. A fine anni settanta, Nando Spreafico valente meccanico e pilota automobilistico (figlio di Alberto, campione di motociclismo) ha raggiunto i massimi livelli nel campo delle quattro ruote, vincendo il campionato italiano per monoposto di Formula 3. Nel campo artistico, talenti di grande qualità hanno avuto i natali e hanno lavorato a Barzanò, ne è un esempio Livio Cazzaniga, prolifico pittore tuttora attivo. Barzanò si inserisce, infine, in tutto il contesto socio-economico del Lecchese in un'ottica di razionale, meditato e promettente sviluppo, che si riflette anche nell'ambito delle sue strutture scolastiche e dei servizi di utilità pubblica aprendo alla popolazione favorevoli prospettive per il proprio futuro.

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